sabato, 13 giugno 2009

E' con grande amarezza che l'assemblea dei redattori di Liberazione ha indetto uno sciopero per la giornata di oggi. Il motivo? Semplice e sconfortante allo stesso tempo: lunedì 15 il Cdr doveva incontrarsi con l'azienda e la Fnsi per discutere il piano di ristrutturazione del giornale e avviare la trattativa sindacale. Purtroppo i rappresentanti dell'azienda e dell'azionista unico non saranno presenti al tavolo. Ciò che lascia basiti è che questa notizia non è stata comunicata dalla Mrc al Cdr. L'abbiamo saputa tramite la Fnsi. Nemmeno una telefonata, una mail, un telegramma, un piccione viaggiatore per informare i lavoratori di Liberazione che la controparte avrebbe disertato quel tavolo sindacale. Un comportamento sprezzante e ingiustificabile, che ha lasciato di stucco lo stesso direttore Dino Greco.
lunedì, 11 maggio 2009
Liberazione vivrà nelle prossime settimane un passaggio decisivo. Appesi alle fortune del partito-editore, nello specifico ai risultati delle elezioni del 6 giugno, vincolati a una trattativa sindacale ancora arenata allo stadio embrionale, il nostro-vostro giornale rischia seriamente di non apparire più in edicola. Si parla già del mese di ottobre come possibile dead-line.
Attendendo buone nuove sul fronte politico, e confidando nel buon senso dell'editore sul piano della trattativa con il Comitato di redazione, vorremmo intanto chiedervi qualche suggerimento per migliorare immediatamente la fattura quotidiana del giornale. Cosa vi piace e cosa non vi piace dell'attuale Liberazione? A quali argomenti dareste più spazio? A quali darne di meno? Senza peli sulla lingua (ma anche senza slogan o stucchevoli polemiche), si attendono consigli a tutto campo.
A presto
mercoledì, 15 aprile 2009
E’ perché abbiamo a cuore il nostro giornale che diciamo no a Stalin
Caro direttore, caro professor Liguori, caro dottor Prestipino,
la lettera con la quale abbiamo voluto richiamare l’attenzione della direzione e dei lettori di Liberazione sulla pubblicazione di una recensione ad un libro su Stalin, intendeva aprire una discussione e segnalare un malessere. Ci pare che la reazione della direzione del nostro giornale a una lettera firmata non da un semplice «gruppo di redattori», ma da tanta parte di questa redazione, non lasci alcuno spazio alla discussione e non faccia che acuire ulteriormente il nostro malessere.
Abbiamo voluto richiamare l’attenzione sul fatto che nell’aprile del 2009 - oggi - non ci sembrava esistessero ragioni né dettate da un rinnovato dibattito storico, né da particolari congiunture politiche o culturali per tornare a discutere del più grande dittatore che la storia del comunismo abbia conosciuto. Tanto più a partire da un volume “tendenzialmente giustificazionista” come è stato definito su queste stesse pagine il libro in questione. Nelle poche pagine di cui dispone ogni giorno questo giornale, forse si poteva trovare spazio per altri temi e altri interlocutori, rispetto all’autore del libro su Stalin. La nostra lettera segnalava questo disagio e questa inquietudine rispetto alla scelta fatta.
Ma il motivo del nostro malessere è che quella scelta sembrava andare nella direzione che negli ultimi mesi pare aver preso Liberazione che appare più orientata a ridefinire “il proprio campo”, che ad esplorare quanto accade intorno e fuori di noi, nella società. Questo il segnale che è venuto su temi delicati come quello del conflitto mediorientale - dove il nostro giornale è tornato a dare voce a posizioni che la stessa Rifondazione comunista aveva da tempo superato e giudicato anche duramente -; quello della derubricazione del fondamentalismo islamico a semplice “invenzione” della propaganda della passata amministrazione Usa. E ancora, dalla regressione rispetto al garantismo e alle ripetute censure sul dibattito prima libero e aperto avviato sugli anni Settanta, all’incertezza registrata in riunione di redazione a denunciare sulle nostre pagine i crimini cinesi in Tibet, fino alla riproposizione di analisi “ideologiche”, e per ciò stesso astratte, sulle politiche della destra di governo e sull’evoluzione della coalizione berlusconiana. Tutti segnali, e molti altri se ne potrebbero aggiungere, di una sorta di progressiva impermeabilizzazione di Liberazione rispetto all’esterno.
Ci sbagliamo? E’ possibile, ma vorremmo che qualcuno ce lo spiegasse. Con la lettera chiedevamo chiarimenti su questo punto, ma nessuno ci ha risposto.
Questo giornale, che tu sei arrivato a dirigere tre mesi fa, ha una sua storia, ha fatto un percorso difficile di elaborazione politica e intellettuale su molti temi cosiddetti “sensibili” a sinistra. Lo ha fatto con onestà e passione, e a costo di confronti durissimi. Un percorso che ci ha fatto crescere professionalmente e ci ha fatto guadagnare stima e interesse. Ecco perché non accettiamo regressioni politiche e culturali su punti che riteniamo di civiltà condivisa. Il rifiuto dello stalinismo, senza se e senza ma, era uno di questi, e ce ne sono altri. Non si tratta di autoritarismo, non difendiamo con «cieca determinazione» un punto di vista purché sia, non ci rifiutiamo di vedere la porzione di verità nascosta nell’altrui opinione. Difendiamo questo percorso, per coerenza e per ferma convinzione, e non accettiamo di essere messi a tacere con il sospetto che il ribadire opinioni maturate in anni di ricerca e lavoro venga letto come un’obbedienza a logiche che non ci appartengono. Questo è anche il nostro giornale e ci sentiamo in diritto di lanciare un allarme se avvertiamo il pericolo di una deriva. Ed è quanto sta succedendo.
Il punto è dunque proprio questo: quale è l’identità di Liberazione se non quella di essere uno strumento di indagine, di riflessione e di analisi di quanto accade intorno a noi, nella società italiana, nella sinistra, nel mondo? Da ciò la domanda giudicata così provocatoria, così lesiva di storie e percorsi dei nostri interlocutori: perché Stalin? E’ veramente questo il terreno di ricerca che la tua Liberazione intende intraprendere? E’ la continua rilettura, volta ad affermare, un’identità le cui radici sono temporalmente lontanissime, e che, nel caso in questione gradiremmo ritenere sepolte e condannate?
Se è così, allora ammettiamo di sentirci profondamente a disagio di fronte a un simile progetto editoriale. E sia chiaro: non siamo “giornalisti sansonettiani”, non siamo “giornalisti vendoliani”, non siamo - dottor Prestipino - fautori di un “gioco al massacro dentro il partito e al giornale”. Siamo giornalisti con delle convinzioni e tendiamo a difenderle. Vogliamo che Liberazione continui a essere uno spazio aperto, interessato a indagare e a mettersi in discussione piuttosto che a ribadire certezze e dogmi.
Questo abbiamo fatto, e non sempre facilmente o in modo indolore, fino ad oggi, contribuendo nel nostro piccolo al dibattito e al confronto tra le sinistre politiche e quelle sociali, tra partiti, movimenti e idee. Potremo continuare a farlo? Ci sarà «consentito»?
Matteo Alviti
Angela Azzaro
Stefano Bocconetti
Guido Caldiron
Paolo Carotenuto
Gemma Contin
Simonetta Cossu
Carla Cotti
Anubi D’Avossa Lussurgiu
Sabrina Deligia
Laura Eduati
Roberto Farneti
Claudia Mandolini
Francesca Marretta
Antonella Marrone
Angela Mauro
Martino Mazzonis
Andrea Milluzzi
Frida Nacinovich
Angela Nocioni
Paolo Persichetti
Paola Pittei
Sandro Podda
Stefania Podda
Boris Sollazzo
Daniele Zaccaria
lunedì, 24 novembre 2008
ciao sandro
venerdì, 24 ottobre 2008
I giornalisti di Liberazione scendono di nuovo in sciopero. Domani, sabato 24 ottobre, e domenica 25, il quotidiano non sarà nelle edicole. Quarantotto ore di protesta, rese necessarie dalla persistente volontà della società editrice di non aprire un tavolo negoziale aziendale con i rappresentanti dei lavoratori sull'impostazione del piano di risanamento richiesto dall'azionista. Ci viene detto che la situazione economica del quotidiano, nonostante la ricapitalizzazione decisa dal partito editore, non è semplice e che la scure dei tagli governativi all'editoria grava ancora sulle nostre teste. Nonostante questo, le ripetute richieste dell'assemblea dei lavoratori dell'apertura formale di un tavolo non trovano riscontri.
I lavoratori hanno il diritto di avere, nel momento in cui l'azienda annuncia la stesura di un piano di risanamento, una sede negoziale dove poter discutere con l'azienda stessa le linee e i contenuti di questo piano, esattamente come si fa in ogni trattativa che si rispetti. Nemmeno il passaggio preliminare di ricognizione della pianta organica ha avuto esito, nel senso di risposte positive della società editrice alle proposte del Cdr. Continuano a gravare su quella pianta organica e sul bilancio di Liberazione persone che prestano la loro opera presso tutt'altri enti, a fronte di situazioni di precariato che la società editrice dà segno di non voler sanare. Noi, come giornalisti di Liberazione, non potremmo accettare che eventuali danni di cattiva gestione dell'azienda, venissero fatti ricadere sulle spalle dei più deboli, di quegli stessi precari di cui il partito e il giornale hanno sempre preso le difese. Per questo scioperiamo e per questo domani saremo in piazza con chi si batterà contro il precariato, a partire dal movimento delle scuole e delle università.
Precariato e difficoltà ad arrivare alla fine del mese sono problemi anche nostri. La presunta casta dei giornalisti non ha niente a che vedere con noi. Siamo lavoratori che si battono per i loro diritti. Un partito che si dice vicino e attento a queste tematiche non può non capire. Per questo facciamo appello tanto ai vertici della società editrice quanto a quelli del partito del Prc - azionista unico - affinché il tavolo del negoziato preliminare sull'impostazione del piano di risanamento venga immediatamente aperto.
Il Cdr e l'assemblea dei giornalisti e delle giornaliste di Liberazione
mercoledì, 15 ottobre 2008
533 d.c. - Il comandante bizantino Belisario entra ufficialmente a Cartagine dopo aver sconfitto i Vandali che controllavano la città
mercoledì, 08 ottobre 2008
Comunicato
del Cda
dell'Mrc Spa
Il consiglio di amministrazione di "Liberazione", ascoltata la relazione dell'amministratore delegato, ha preso atto della difficile e complessa situazione economica in cui si trova il quotidiano e delle incertezze derivanti dalla normativa della legge sull'editoria.
Il cda afferma il suo impegno a salvare l'esistenza e il ruolo di "Liberazione" dandosi come priorità la tutela delle garanzie e dei diritti dei lavoratori. Chiede un incontro urgente con la proprietà e la direzione per definire al più presto tutti i passi necessari al rilancio del quotidiano.
07/10/2008
Forse vi sarete accorti che sul giornale è in corso una sorta di dibattito (discussione, confronto, scambio di idee, passatempo....) sul ruolo del giornale, la sua autonomia ecc ecc Pareri a confronto. Non possiamo postare proprio tutto.Ma se trovate qualcosa da dire in proposito, se leggete notizie che ci riguardano su altri giornali, o siti, segnalatelo per favore. Per esempio il link nel commento #31 di georgiamada non funziona, non si legge. Potreste tentare anche un classico copia e incolla, se vi va. Insomma come è stato detto, qui non si censura nessuno, non è necessario appartenere ad una mozione o ad un'altra, perché il punto politico è parallalelo a quello sindacale (ammesso che le due cose siano così dissolubili come qualcuno vuol far credere). Se i conti non tornano, non tornano. Vorremmo sottolineare a tal proposito che il famoso buco di 4 milioni e passa di euro (oooooh!) ieri era improvvisamente sceso sotto i due milioni (nel convulso chiacchericcio redazionale). Insomma i conti di questo giornale sono mooolto elastici. Un'altra questione: nessuno dubita che il cda voglia salvare l'esistenza e il ruolo di Liberazione, ma nessuno risponde alla domanda: quale Liberazione? Perché il problema del "bollettino" oltre all'indubbio decadimento del ruolo del giornale, si fa con 4 gatti. Quindi, scusate il francesismo, ma “'sticazzi" l'impegno per il rilancio se il rilancio prevede, come per La 7 - ad esempio - 25 esuberi!!!
lunedì, 06 ottobre 2008
Episodio 5
Il 25 settembre si scopre che era stata tagliata la distribuzione della freepress. Si scopre perché il direttore non ne sa niente e neanche chi ci lavora (quantunque inutili giornalisti): si scopre perché i lettori che non la trovano più alla fermata della metro scrivono per sapere perché non la trovano più alla fermata della metro. L’amministrazione ammette e fa uno dei suoi tipici comunicati: “Si, amotajato. e allora? che è? che c’è? che ciai da di? che voi? che te serve? vedi da’nnattene (che vuol dire: convocheremo presto un cda per far avere ai lavoratori tutte le informazioni utili per una trattativa serena). Ma, dopo la finta dei buoni pasto, la redazione ha un risveglio repentino e capisce che forse il piano è già attivo: sono iniziati i tagli senza che nessuno ne sapesse niente. Viene proclamato seduta stante uno sciopero. Ovviamente il S.I non lascia spiegazioni, ma una lunga traccia: i lavoratori non giornalisti. I quali non aderiscono allo sciopero che considerano inutile e dannoso per la salute alla stregua di una Camel. La Bua vorrebbe interrogare questi testimoni, ma ottiene solo qualche frase di rito che verrà catalogata come non pertinente alle indagini (una pista vorrebbe far credere che lo sciopero sia politico, nel senso antiferreriano. ma è stata evidentemente creata per proteggere il pusher).
Le ultime mosse del S.I sono state da autentico serial killer. L’unità di analisi si accorge di aver confuso i profili. Il S.I ne ha più di uno, per questo continua a fare i suoi comodi, e sfotte l'unità di analisi convinto che non sarà catturato, inviando lettere ai redattori come: “conosci gente pepata nella tua città" "ricco orologi ora più a buon mercato" "12 dosi supplementari gratis" e infine "oooh... pikles" firmato da una certa Sheila. Si prende gioco della redazione ha alleati potenti, inconsapevoli, probabimente plagiati. Incapaci comunque di sottrarsi al terrore che incute: ha certamente in mano qualcosa che li terrorizza. Ma cosa? Potrebbero essere dei libri. Pericolosi. Forse la “Dissertazione dottorale” discussa a Jena di Karl Marx nel 1841? “Più fuoco più vento” di Susanna Tamaro? “Diritto all’ozio” di Paul Lafargue?
(fine del quinto episodio)